MONDIALE 2014. INTERVISTA ESCLUSIVA A FRANCO LIGAS

La disfatta italiana in Brasile si è conclusa oramai da quasi una settimana, ma il ricordo del pessimo girone disputato e del triste epilogo Mondiale è ancora vivo nella mente di tutti noi. Vedendo le prime quattro partite degli Ottavi di Finale si è appurato che, a prescindere dalla qualità della rosa, la condizione fisica era fondamentale: Brasile – Cile, Colombia – Uruguay, Costarica – Grecia, Olanda – Messico, Francia e Nigeria hanno dato vita a match davvero intensi, alcuni dei quali terminati addirittura ai rigori.
Ad ogni modo, ognuno di noi è libero di trarre le proprie conclusioni: chi pensa che sia stata colpa del caldo, chi delle convocazioni, chi del modulo, chi semplicemente ammette lo stato di crisi del nostro calcio. Potremmo andare avanti per giorni. Noi per farlo ci siamo affidati ad un grande del giornalismo sportivo italiano: Franco Ligas. Il noto giornalista di Sport Mediaset, dal lato della sua grande esperienza calcistica, ma soprattutto da grande uomo di sport, ci ha detto la sua. State a sentire.

Da grande uomo di sport quale sei, avrai sicuramente seguito con molta attenzione le vicende della nostra Nazionale in Brasile. I fattori che hanno portato al fallimento sono stati molteplici: quali per te i più importanti?

«Alla base del fallimento è la crisi del calcio italiano. Non siamo competitivi in Europa con le squadre di club e non possiamo esserlo ai Mondiali se la nostra Nazionale è sostenuta dal blocco Juve. E mi spiego. I bianconeri sono arrivati provati al ritiro perché, prosciugati da una stagione prestigiosa in campionato con tutti i record migliorati. Di più non potevano dare e si è visto.
Non basta la buona volontà o la sola classe per affrontare avversari veloci, rabbiosi e motivati.
Prandelli era al corrente dei problemi del nostro calcio, ha chiesto aiuto alla buona stella che gli ha girato le spalle. Il resto è negli occhi di tutti: si è affidato a Balotelli, ma il milanista è fermo agli europei 2012, se possibile è peggiorato caratterialmente, e lo ha messo KO. Anche la scommessa Cassano l’ha persa, dimenticando che agli addetti ai lavori è vietato scommettere».

Questo Mondiale sta evidenziando ancora una volta l’importanza della condizione fisica. Credi che il fattore fisico e quello ambientale possano giustificare la nostra eliminazione? Il calcio italiano è in crisi, ma di certo non è inferiore a quello costaricano e uruguayano.

«Ai mondiali del 1994 negli Stati Uniti il caldo e l’umido erano micidiali, più di quanto non accada oggi in Brasile, eppure abbiamo perso in finale contro Dunga e amici ai calci di rigore. Ugualmente a Francia 1998 il Brasile ha perso in finale anche perché Ronaldo era KO. Dunque in assoluto non si può chiamare in causa la questione ambientale. Contro Costa Rica e Uruguay non siamo stati travolti da due avversari più forti, ma abbiamo perso perché più deboli noi, soprattutto mentalmente».

Che pensi del “movimento Prandelli” in generale? Del suo progetto, del codice etico piuttosto scricchiolante, delle sue convocazioni e dei cambi a dir poco sorprendenti contro l’Uruguay? È facile parlare a posteriori, ma certe scelte sono sembrate davvero incomprensibili sin dall’inizio.

«Prandelli ha le sue buone colpe, ma mai formalizzarsi solo sul codice etico…anche se in effetti è stato volubile come la donna mobile di Verdi. Sulle convocazioni non ho molto da eccepire perché ritengo giusta la rinuncia a Rossi: era chiaramente a rischio dal punto di vista fisico. In attacco non poteva portare Destro; nonostante sia giovane e tra i più interessanti del nostro campionato, il CT aveva puntato già su Balotelli come prima punta, sarebbe risultato un doppione.
Riguardo le partite, contro l’Uruguay Prandelli è stato troppo prudente, si era accontentato del pareggio, ma non è riuscito nell’intento di portarlo a casa. Era convinto che Cassano potesse mettere il pallone in cassaforte per agevolare l’inserimento di un centrocampista, ma Antonio ha fatto tutto meno che tenere palla e i centrocampisti non erano in grado di assecondarlo. Prandelli non è stato fortunato e un allenatore sfortunato non vince niente. Ha fatto bene a dimettersi».

La vicenda Balotelli. È sicuramente un calciatore piuttosto chiacchierato, probabilmente troppo. A prescindere da questo, come giudichi lo sfogo dei senatori Buffon e De Rossi? Molti pensano che abbiano esagerato, altri meno. Si dice che i panni sporchi si lavino in casa, vale anche in questo caso?

«Su Balotelli ho letto una vera verità (ci sono anche le false verità ahimè) che faccio mia: è il più forte del mondo nel battere da fermo. Poco per essere un fenomeno. Nel 2012 era considerato SuperMario, a distanza di due anni è cresciuto soltanto anagraficamente. Pochissimo per poter avere sulle spalle un carico da novanta come l’essere considerato un fuoriclasse.
A me i senatori che proteggono o scuotono i giovani piacciono. Soprattutto se hanno vinto tutto o quasi tutto: Buffon, Pirlo e De Rossi fanno parte di quella categoria. Gli screzi ci sono sempre stati e ci saranno. Ad attenuare le conseguenze negative c’erano però dirigenti con gli attributi giusti. La conclusione tiratela fuori voi».

Il Mondiale ha lasciato diverse incognite: allenatore, giocatori, Federazione. Da dove ripartire e soprattutto con chi? Riguardo la commissione tecnica i nomi fatti finora sono quelli di Allegri, Mancini, Zaccheroni, Guidolin e Cannavaro. Sono le candidature giuste o forse bisognerebbe puntare su un nome di più sicuro affidamento? Capello ad esempio.

«Non ho le idee troppo chiare in merito. Escludo Capello perché costa troppo e ha qualche problema con i critici russi come li ha avuti con gli inglesi. Mentalmente il più adatto sarebbe, anzi è, Roberto Mancini. È sempre stato un selezionatore, manda in campo i giocatori più in forma e pazienza se non conosce il codice etico (se un giocatore sbrocca fa finta di non sentire, se è funzionale al risultato positivo). È un esteta, ma utilizza volentieri anche i porta mattoni. Anche Allegri è un selezionatore ambizioso. Si è temprato a Milanello. Comunque a Coverciano ci vuole una rivoluzione per mettere a nudo le pecche del nostro calcio “giovanile”, non mi meraviglierei se promuovessero Gigi Di Biagio. Non solo per far risparmiare la Federcalcio».

Di sicuro sorprenderebbe tutti. Concludiamo con un semplice gioco. Sei l’allenatore della Nazionale Italiana, qualificazioni per l’Europeo in Francia, avversario Norvegia: quali sono i 5 nomi che sicuramente includeresti nella lista dei convocati? Quali assolutamente no?

«Dei veterani convocherei Rossi, Buffon e De Rossi. Riguardo i giovani certamente i nomi da cui ripartire sono Verratti, Immobile e Destro. Non chiamerei più per questioni anagrafiche Pirlo e Barzagli. Riguardo Balotelli inizialmente no; sarei pronto a richiamarlo solo se trovasse le stimate al costato. Idem per Montolivo: azzurrabile solo se rinuncerà alle pubblicità televisive».

Filippo Migheli

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