TAVECCHIO, ALBERTINI O MALAGÒ: COMUNQUE VADA SARÀ UN INSUCCESSO

Ci risiamo, siamo in Italia. Come in ogni elezione ci ritroviamo a scegliere o speriamo che sia scelto il “meno peggio”. In questo caso vale la seconda opzione, Tavecchio o Albertini per la presidenza della FIGC. Il primo ha una capacità lessicale degna del miglior Antonio Razzi (per non parlare delle gaffe su Pogba e Kennedy) e un programma più pragmatico e a breve termine, il secondo punta sulla programmazione e sulla formazione dei giovani per il lungo termine. Tavecchio è un imprenditore che guiderebbe il calcio italiano come un’azienda, il che sarebbe anche giusto perché il calcio è un’azienda in cui circolano milioni e milioni di soldi, ma allo stesso tempo non possiamo permetterci di screditare ancora il calcio italiano mandando alla presidenza una persona autore di frasi a stampo razzista.

Dall’altra parte Albertini punta sul rating dei vivai e sulle seconde squadre (che giocherebbero in serie B o Lega Pro), tutto questo permetterebbe ai giovani di farsi le ossa giocando con (ma soprattutto contro) dei professionisti e misurandosi con un calcio più “duro” di quello che si gioca nel settore giovanile. L’altra faccia della medaglia però presenta una situazione non molto felice: moltissime società dalla serie B alla serie D vivono (la maggior parte sopravvivono) grazie ai numerosi giocatori che ricevono in prestito da società più blasonate, quindi con le seconde squadre i calciatori da prestare diminuirebbero notevolmente causando il default di tantissime squadre, inoltre i club della massima serie dovrebbero sostenere più costi per riuscire a mantenere un seconda formazione. Questo spiegherebbe perché molte società non appoggiano Albertini. Tavecchio presenta invece un programma coraggioso e innovativo, ma troppo costoso, tra stadi senza barriere e nuovi centri tecnici federali; come spesso accade in Italia novità significa anche più soldi, o più cambiali per dirlo alla Malagò. Guardando il programma di Tavecchio, inattuabile nella nostra situazione economica e culturale, si potrebbe ben presto intuire perché la maggioranza lo appoggia ancora dopo il bananagate: le società avrebbero ancora più potere, il che però porterebbe ancora più caos perché all’interno delle leghe si formerebbero tante divisioni con visioni opposte. Siamo arrivati ad una situazione tra il ridicolo e l’assurdo, della serie “come fai sbagli”Insomma, ecco che si ritorna al punto iniziale: chi è il “meno peggio”?

Tavecchio dopo il caso Pogba ha perso molti punti ma mantiene ancora la maggioranza (circa il 54%), Albertini è il prediletto di calciatori e allenatori ma non di dirigenti, quindi in ogni caso chi verrà eletto difficilmente riuscirà ad attuare il proprio programma, anzi, difficilmente riuscirà a governare. Ecco quindi che spunta l’ipotesi commissariamento, cioè il ritiro della candidatura di Albertini e Tavecchio, questo vuol dire Giovanni Malagò (presidente del CONI) al vertice della FIGC, che lavorerebbe in un clima sicuramente più sereno, autorevole ed autoritario. Malagò inoltre è un ex calciatore che ha studiato da dirigente, come Albertini, ma avrebbe dalla sua parte una maggiore esperienza dirigenziale. Il commissariamento quindi può essere positivo, ma anche negativo dato che creerebbe un precedente in Italia nel non rispettare l’autonomia della Federazione. Anche questa ipotesi però non si sottrarrebbe al discorso del meno peggio, la sensazione è infatti che il calcio italiano stia perdendo un’altra, l’ennesima, occasione.

Manca la figura giusta, innovativa e cosciente al punto giusto, possibilmente giovane, pulita, senza vincoli e responsabile, ma ancora non ce n’è traccia. La paura di tutti è che il movimento calcio in Italia debba vedere ancora molto nero prima di ritrovare la luce. Forse solo una svolta definitiva, un fatto inaspettato potrebbere cambiare le cose, molti pensano che questo evento possa essere il commissariamento, ne dubito. Lo spero, ma ne dubito. Ciò che manca nel nostro paese è un ex calciatore sui 40 anni che abbia seguito e studiato corsi di management e quindi sappia come dirigere un’azienda come il calcio, avendo a disposizione soldi, ma soprattutto sia l’occhio sportivo che quello manageriale. Questo avviene già molto spesso in Germania e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, lì ci sono calciatori che si ritirano e si laureano, qui i giocatori vedono i soldi e non hanno bisogno di altro.

La speranza è l’ultima a morire si dice,  il calcio in Italia si è sempre saputo rialzare, ogni volta sembrava sempre peggio della precedente, e ogni volta ce l’abbiamo fatta. Sperando che il “ne dubito” diventi “ne dubitavo, ma mi sbagliavo”, aspettiamo le elezioni dell’11 agosto, aspettiamo che gli ingranaggi del calcio italiano ripartano regalandoci nuove emozioni.

Tommaso Tota

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