SIAMO VERAMENTE SMARTPHONE-DIPENDENTI?

La più grande dipendenza ai giorni nostri è senza dubbio quella dallo smartphone. Non che la droga, l’alcool e il gioco siano scomparsi, ma questa nuova è ben più infida delle precedenti. Perché direte voi. Semplice. È fruibile ormai a tutti e i suoi effetti non arrecano un danno economico e fisico subito percepibile.

La spesa per uno smartphone può variare tra i 50 euro degli apparecchi che posseggono il minimo indispensabile delle funzioni che lo definiscono tale e i 700-800 euro di un cosiddetto “top di gamma”. Per quanto riguarda le applicazioni poi la maggior parte hanno una versione disponibile gratuitamente e l’accesso ai social richiede come spesa solo quella per la connessione internet sempre che non si usufruisca delle reti wireless gratuite sempre più estese nei luoghi pubblici.

Quello che emerge da recenti ricerche ha portato a stimare in 150-200 le volte in cui usiamo o anche solo guardiamo per noia il nostro “amico” elettronico ogni giorno. Questo continuo bisogno di sentirsi aggiornati, o semplice vizio inconscio, ha cambiato le nostre abitudini più di quanto ce ne possiamo rendere conto. Nel tempo libero o durante un viaggio in treno siamo tutti oramai isolati gli uni dagli altri con lo sguardo fisso sul nostro apparecchio, pensionando la schietta comunicazione frontale per quella più facile e apparentemente meno rischiosa dei social.

Questi ultimi stanno via via sgretolando la nostra privacy controllando ogni aspetto della vita di una ogni persona. Portiamo l’esempio del più diffuso, Facebook. Nel momento in cui ci iscriviamo concediamo un’automatica “autorizzazione” a utilizzare il nostro nome, l’immagine profilo e relative preferenze in relazione a contenuti commerciali sponsorizzati. Inoltre l’utente consente ad un’azienda o un’altra entità di offrire un compenso a Facebook per mostrare le nostre informazioni. Tutti dati che potrebbero essere utilizzati come discriminanti da un futuro datore di lavoro in sede di assunzione.

Nonostante abbiamo asserito che questa sia una dipendenza “economica” non dobbiamo dimenticare che questa modifica la nostra percezione dei bisogni, infatti quanti sono disposti a spendere una buona parte dello stipendio solo per comprare lo smartphone dell’ultimo modello? Le app indirizzano in modo diverso le nostre spese, spesso ottimizzando i costi presentandoci le offerte più convenienti, altre volte spingendoci a farne di impreviste tramite le pubblicità. Ma se per l’occasione giusta abbiamo passato ore a guardare il nostro smartphone per giorni o settimane… ci abbiamo veramente guadagnato?

C’è chi però si è posto come obiettivo quello di arginare questa moderna schiavitù attraverso diverse app di disintossicazione. Offime permette di bloccare alcune attività a discapito di altre o addirittura tutte, anche le telefonate. Altre come Quality Time registrano il tempo di utilizzo ripartito per la durata giornaliera delle varie app e stilando una classifica suonando l’allarme se si esagera. Per il browser Chrome è possibile impostare una soglia massima di utilizzo quotidiano con StayFocused o una specifica per l’utilizzo di Facebook con Timewaste Timer che fa scattare addirittura una multa di un dollaro da pagare con Paypal se in un giorno si supera un’ora. Possiamo iscriverci in una comunità di recupero virtuale grazie a Menthal dove oltre a registrare il nostro utilizzo giornaliero vediamo anche quello degli altri membri.

Ci sono poi le app per controllare i figli a distanza come Moment con cui porre dei limiti o dei divieti assoluti in alcune fasce orarie ad esempio l’ora di cena. Educare è sempre più difficile quando sono gli stessi adulti faticano a rispettare le misure dettate dal buon senso.

Esistono poi altre soluzioni più “ concrete” come il Light Phone che riceve solo telefonate o persino un cellulare finto, il NoPhone, che ne ricorda solo la forma. Si aggiungano a queste “avanguardie” anche altri strumenti appartenenti alla tecnologia indossabile che dovrebbero affiancare lo smartphone al fine di ridurne l’attaccamento morboso. Discutibile l’utilità del Ringly, un anello con una grossa pietra ed un piccolo led che si illumina di colori diversi a seconda della notifica in arrivo accompagnata da una leggera vibrazione. Altra considerazione per gli orologi intelligenti i cui primi modelli segnalavano solo le notifiche mentre ora sono via via migliorati fino a ritornare sotto i riflettori con il Watch della Apple arrivato in Italia il 26 giugno scorso. Quest’ultimo vibra ad ogni notifica, riporta il nome e di chi chiama o manda un messaggio riportandone anche il testo, è accurato per quanto riguarda salute e fitness e tanto altro. Affermare però che riducano la dipendenza pare abbastanza fuorviante.

Un doppio business alimenta questa situazione. Da una parte coloro che la sostengono, basti pensare che Google e Levi’s hanno annunciato un progetto per la realizzazione di jeans che, oltre ad avvisarci se aumentiamo di peso, renderanno possibile collegarsi allo smartphone sfiorandoli, dall’altra quelli che sostengono di volerla limitare commercializzando nuovi strumenti ed applicazioni.

Il primo passo per chi vuole guarire da qualsiasi tipo di dipendenza è riconoscere il problema e desiderare di risolverlo. Mentre il primo si può ottenere grazie ad un’ app che ci pone davanti un resoconto del tempo sprecato in una giornata, il secondo deve provenire da noi. E forse non abbiamo ancora la forza di volerci curare.

Anna Cecconello



	

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